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Correndo fra le bombe

Bosnia - Sono tornato vivo, vegeto ed arricchito nello spirito dall'esperienza della mezza maratona di Sarajevo di domenica 22 giugno. Sono partito venerdì a mezzogiorno in treno per Bologna e quindi Ancona, dove sono arrivato verso le cinque e mezza di pomeriggio. L'appuntamento era alle sei e mezza di fronte alla Centro Fiera del Pesce. Sono rimasto in fiduciosa attesa degli organizzatori o per lo meno di qualche podista fino alle sei e un quarto, quando poi mi è preso un senso di sgomento angoscioso accompagnato da una nausea comprensibile per l'odore del pesce che aleggiava nella zona. Sono entrato nella palazzina del Centro, ed ho chiesto ragguagli: "Senta ma... non ci dovrebbe essere un gruppo di Verona di podisti che vanno a prendere la nave?!?". Costui mi ha risposto: "Si, mi ricordo che qualcuno aveva richiesto la possibilità di usufruire dei nostri spazi ma noi gli abbiamo risposto picche perché avevamo la Fiera del Pesce. E non hanno più chiamato da un paio di mesi. Ha visto, no, la Fiera del Pesce?". "Più che altro ho sentito" rispondo io. Grazie arrivederci e buonanotte. Ah beh. Si comincia bene.

Me ne vado. Cammino in direzione traghetto. Arrivo dopo un quarto d'ora. E scorgo un capannello di podisti che riconosco dalle magliette. Mi avvicino ed orecchio discorsi del tipo "Ma qualcuno conosce questo organizzatore?", "È l'ultima volta che mi fido di qualcuno che non sia una agenzia turistica", "Ho sentito allo sportello e non hanno nessuna prenotazione per un gruppo di duecento persone". Ah beh. Si comincia davvero bene.

Sette di sera, bel tempo si spera. Ma gli organizzatori che sarebbero dovuti essere lì dalle sei e mezzo ancora non ci sono. Qualcuno dice che il loro autobus che veniva direttamente da Verona ha incontrato una coda in autostrada, altri allestiscono un programma alternativo (leggi: corsa notturna autogestita per le vie cittadine di Ancona, treno fino a Riccione, pizza, discoteca e ragazze tedesche fino alla mattina dopo).

Sette e mezzo di sera, bel tempo si anela. Gli organizzatori ancora non ci sono. La dogana italiana sta per chiudere. La nave sta imbarcando tir e macchine. Manca solo un'ora e mezzo alla partenza. Finalmente si trovano le prenotazioni. Sospiro di sollievo. E in lontananza si scorge anche un autobus. L'attesa è finita. Sono ormai le otto. In fretta e furia ci si imbarca tutti quanti. Ma molti ancora non ci credono.

Dopo un'attesa di un'oretta sul ponte della nave, siamo raggruppati tutti nella sala del cinema. Gli organizzatori ci dicono che delle trentatre cabine che servono per ospitarci persone, ne sono state confermate solo dieci. Ovvero, quaranta di noi andranno a letto, novantadue trascorreranno la notte in poltrona. Per il ritorno invece, il contrario, e quindi saranno solo in quaranta a doversi stirare in pose innaturali cercando di arrivare all'alba. Ah beh.

Sono fortunato e mi ritrovo a dormire in cabina con i miei amici di Prato Roberto Giovanniello, Alberto Ciabattini e Vittorio Ponzecchi che gentilmente mi vogliono fra loro quando l'organizzatore assegna loro la chiave. La cabina è la 108, al primo piano, sotto il livello del mare, ovviamente senza oblò. Ma non importa: prendiamo possesso dell'angusta cella e ci rechiamo al ristorante a farci una bella frittura di calamari con patatine, birra e antipastino di salame affumicato locale (slavo). Il dopocena lo trascorriamo ammirando la luna piena dal ponte della nave che si riflette ed illumina tutto il mare, mentre il vento ci accarezza tranquillamente. È il primo momento di calma e di armonia con il Creato.

La mattina dopo sveglia alle cinque per farci la doccia. Arriviamo a Split (Spalato) dove attendiamo un'altra ora per gli autobus che ci devono portare a Sarajevo. Arrivano. Prima fila. La prima sosta, a parte le formalità con la dogana della Bosnia dopo un'oretta di viaggio, è a Mostar. Cittadina sconvolta dalla guerra di tre anni fa. È un vero colpo basso allo stomaco. Autoblindo a tutti gli angoli delle strade, case sventrate, sacchi di sabbia alle finestre, palazzi sventagliati dai mitra, carcasse di auto abbandonate davanti alle macerie, jeep bianche delle Nazioni Unite e soldati con mitra dovunque. Le strade sono limitatamente asfaltate e ponti Bailey in metallo o in legno sostituiscono quelli in pietra che sono stati fatti saltare. I giardini pubblici sono stati trasformati in cimiteri e paletti di legno (per i mussulmani) e croci (per i cattolici) si trovano a due passi dalle panchine. I negozi hanno in vetrina tutto quello che hanno, senza tanti distinguo: l'interno è scarno, smesso, senza quadri né scaffali, ma solo il bancone. Tutti i prezzi sono in marchi tedeschi, non esistendo più la Jugoslavia e quindi la moneta jugoslava. Restiamo invano a Mostar per un paio d'ore in attesa del terzo dei nostri pullman, quello con a bordo gli organizzatori, che scopriremo poi è stato fermo per cinque ore alla dogana della Bosnia perché trasportava pacchi alimentari ed altri aiuti umanitari ed i militari al confine volevano essere sicuri che non si trattasse di contrabbando.

Alla fine partiamo. Da quel momento in poi, i nostri due autobus sono scortati in testa e in coda, da due autoblindo dei Carabinieri italiani con tanto di torretta e cannoncino. Ci portano fino ai confini con Sarajevo, dove siamo presi in consegna da altri due autoblindo italiani che ci scortano fino all'albergo. Albergo per modo di dire... gli organizzatori hanno cambiato ancora le carte in tavola e chi aveva prenotato una stanza, si trova ora a dover dividere un bungalow in un campeggio alle porte della città con altre due persone. Io mi ritrovo a dormire con uno degli organizzatori, giunto due giorni prima a Sarajevo. Maggiore fortuna l'hanno quelli che hanno scelto il pernottamento gratuito in palestra, che usufruiscono di letti e coperte, forse ancora più comodi di quelli del campeggio.

Alle sette e mezzo di sera siamo attesi nel campo della forza multinazionale SFOR (Stabilization Force) che ha sostituito l'anno scorso la IFOR (Implementation Force) con compiti di controllo armato anziché di pace armata, nel settore italiano. La forza multinazionale è composta da reparti militari di spagnoli, francesi, tedeschi, ucraini, norvegesi, italiani e turchi. Ovviamente a supervisionare l'ingresso nel campo ci sono i turchi ed ecco che salta fuori un piantone scassamarroni che - legittimamente, siamo d'accordo - pretende di avere nome, cognome ed estremo del documento di identità di tutti e duecento quanti siamo prima di farci entrare. Inutile protestare dicendo che il generale italiano ci sta aspettando a cena (scusa tra l'altro reale ma poco verosimile): ci dobbiamo mettere in fila per tre col resto di due e fornire i dati ad alcuni dei nostri volontari che comunque sia ci autorizzano anche ad inventare i numeri. "Aspetta non trovo la carta di identità..." sento uno che dice. "E che ti importa? Dammi i numeri del lotto..." risponde il nostro incaricato, "Io gli do il numero del Bancomat..." fa eco una voce nelle retrovie e via di questo passo. Italiani. Ah beh.

Superiamo finalmente lo sbarramento "bizantino" ed oltrepassiamo il cancello della brigata italiana di stanza a Sarajevo. Incontriamo il generale e tutti gli alti papaveri del campo che ci accolgono "in patria". Agli angoli dei container che come mura di metallo delimitano l'area italiana troviamo addirittura i nomi delle strade - "Via Garibaldi", "Piazza Adua", eccetera - finché un cartello non suscita l'ilarità generale: una freccia a destra indica "Via Funiculì" ed una a sinistra "Via Funiculà". E c'è gente che si fa la foto, immortalandosi nell'idiozia generale.

Un rapido cocktail di benvenuto alle nove e mezzo (era previsto per le sette e mezzo) sul quale il nostro Gruppo Vacanze Piemonte si avventa come uno sciame di cavallette, non avendo mangiato dalle due e mezzo, ovvero dalla sosta a Mostar. Nel parapiglia afferro a più riprese tre manciate di salatini, due cocktail moderatamente alcolici e quattro Sanbitter. Lascio da parte le patatine. D'altronde era solo un aperitivo. Cinque minuti dopo più o meno, a tavolo spolverato, l'orda si trasferisce nella mensa del campo, un edificio basso e fatiscente, che reca ancora i segni del bombardamento, senza vetri alle finestre che sono chiuse da fogli di plastica semitrasparente. C'è la cena. Pasta al tonno o alla contadina, pollo o hamburger con patatine, melanzane al forno, e per finire anche il gelato. Commovente. E vi dirò di più: l'hamburger era veramente buono, sapeva di wurstel affumicato e mi sono quindi rimesso in coda per la doppia porzione. Una grande tavolata di connazionali, mentre alla televisione nel bar dello spaccio dove ci rechiamo per un caffè, Canale Cinque trasmette uno squallido varietà pieno di sorrisi e lustrini, così lontano dalla realtà del luogo. I poster affissi nel locale sono del tipo "Pubblicità progresso" solo che invitano a stare attenti ai segnali internazionali di campo minato, a non raccogliere oggetti sconosciuti, a non uscire dalle piste per la foto ricordo a rischio di mutilazioni permanenti. Qui in Bosnia direi che non ci sia bisogno dell'ammazzacaffè. Il caffè credo si ammazzi da solo.

Dopo cena, incrociati i componenti del terzo autobus, finalmente giunto a destinazione, che stanno invece andando a cenare, mentre gli altri riprendono gli autobus, sempre scortati dagli autoblindo militari, e tornano rispettivamente al campeggio o alla palestra, io con i tre amici di Prato, prendiamo un taxi ed andiamo in centro. Il centro di Sarajevo è bellissimo, una via di mezzo tra la casbah e via dell'Ariento a Firenze, nella zona del mercato di San Lorenzo. Restiamo sconvolti da quanta vita ci sia la notte. Giovani da tutte le parti, e persone che camminano, e bar e luci. Sembra proprio che la gente abbia bisogno di sentirsi viva.

La mattina dopo ci trasportano alla partenza della mezza maratona. È una piazza aperta, con un palazzo bruciato nello sfondo, e da una parte una palazzina trasformata in caserma circondata da filo spinato. Al via, dato in ritardo di mezz'ora per via che mancava il solito autobus di ritardatari all'appello (ah beh), c'eravamo noi centocinquanta italiani, più un centinaio di nostri soldati del "Contingente Italiano" (così si leggeva sulle loro canottiere sportive blu), più personale delle Nazioni Unite, ed una cinquantina di ragazzi bosniaci che avrebbero preso parte alla corsa di quattro o di dieci chilometri e mezzo. Il via viene dato dalla fanfara dei bersaglieri italiani che intonano le famose note, corrono suonando per cento metri e galvanizzando tutti i concorrenti, quindi si posizionano sempre suonando su un lato della strada mentre noi podisti applaudendo sfiliamo loro davanti. Emozionante. Uno dei nostri finisce pieno nel filo spinato ai bordi del tracciato. Lo portano via e gli fanno almeno un paio di punture fra antitetano e altro.

La corsa si snoda per due giri di dieci chilometri e mezzo in piena periferia di Sarajevo, fra segni inequivocabili di mortai ed esplosioni, primo fra tutti un buco nell'asfalto costellato da altri piccoli buchi a raggio, proprio come presumo possa fare una granata che esplode in terra. L'organizzazione è perfetta. L'intero percorso è chiuso al traffico e non circola una macchina (sfido io, c'erano militari armati al posto delle staffette!), la gente non applaude ma ti guarda passare e risponde al tuo saluto, i ristori ogni cinque chilometri hanno bibite gassate al pompelmo, acqua, biscotti. Il tracciato attraversa il tristemente famoso "viale dei Cecchini", passa davanti al mercato, entra in galleria, costeggia un immenso cimitero. I grattacieli ed i palazzi più alti di Sarajevo sono squassati: l'anima di metallo del cemento armato regge le rovine una sull'altra ed enormi palazzi bruciati svettano sulla desolazione generale, anche se poco più in là stanno ricostruendo altri complessi edilizi. Panni stesi ad asciugare accanto ad appartamenti sfondati indicano che qualcuno abita comunque i mastodontici complessi bombardati per lo meno nelle parti risparmiate dalla guerra. L'arrivo è presso lo stadio, pattugliato dai militari ucraini, con dei mezzi blindati sovietici che fanno più impressione di quelli nostrani. Il giro di pista è indimenticabile. Il piede poggia sul tartan e ti ritrovi a correre in uno stadio semidiroccato, senza persone sugli spalti, e devi comunque fare attenzione al bordo della pista che è "saltato" in più punti, come se lo stadio fosse stato riaperto dopo anni di inattività e forse è proprio così.

Ho impiegato un po' meno di due ore e mezzo. La cosa curiosa è che ho mentalmente abbinato la corsa a piedi in terra straniera alla distanza doppia, quella di maratona, per cui quando sono arrivato, non ero per niente stanco, ed ho fatto fra me e me "Ragazzi, sono andato come le fucilate" (il gioco di parole, trattandosi di Sarajevo, è casuale) mentre invece era la corsa che era più corta della metà. Il ristoro finale era gestito dai militari italiani che ci hanno riempito gli autobus (letteralmente: non volevano secondo me caricare e riscaricare per l'ennesima volta il tutto) di cartoni di acqua, scatole di confettura e gallette dolci delle Forze Armate. Sotto il sole cocente di mezzogiorno mi sono gustato tre pompelmi ed erano così buoni che per associazione di idee, avrei potuto pensare di essere in Libano. Bomba più bomba meno.

Il ritorno è stato altrettanto disorganizzato. Partenza prevista per le una. Orario effettivo: una e quaranta anche un quarto alle due. Salta ovviamente il pranzo che il contingente italiano aveva in programma di offrirci, ma non solo. Da un rapido calcolo risulta che per giungere in tempo al traghetto dovremmo viaggiare ad una media di cento/centoventi chilometri all'ora. Ma siamo in autobus ed in quel tratto di Jugoslavia non esistono autostrade. Morale della favola, cantando come in "Generale, generale" non si "fa più fermate / neanche per pisciare". Acqua e gallette le abbiamo a bordo. L'autista del nostro autobus viene foraggiato da una sostanziosa colletta in marchi e lire italiane, ed esaltato dal solito gruppo di gaudenti che lo incitano a gran voce "Vai Schumacher!" ogni volta (tutte le volte!) che riescono i suoi sorpassi azzardati, in curva a novanta all'ora. "Ognuno per sé e Dio per tutti" è il motto che regna sul torpedone. Se gli altri due bus non ce la fanno a prendere il traghetto, sono affari loro: questa la decisione unanime. Ovviamente le prenotazioni sono in mano agli organizzatori, sul terzo derelitto autobus in perenne ritardo, ma non importa. Siamo disposti a pagare nuovamente un passaggio-ponte sul traghetto, se costoro non dovessero arrivare in tempo, pur di prendere la nave. Arriviamo primi e Spalato ci accoglie dall'alto delle colline. Il paesaggio che abbiamo lasciato alle nostre spalle è uno dei più affascinanti che abbia mai visto: vallate verdi a perdita d'occhio, sassose, virtualmente inabitate (o disabitate in qualche caso, a seguito di bombardamenti a tappeto).

Sulla nave, qualche ora dopo, ci siamo però tutti. Gli organizzatori, nella sala del cinema riuniti ai partecipanti, annunciano la lieta novella: "La cabine questa volta ci sono per tutti". "Eh no", protesta uno, "così non vale. Visto come è andata finora, propongo di prendere le chiavi di quattro cabine a caso e buttiarle a mare. E poi eleggiamo lo Sfigato dell'Anno 1997". Risate e tumulti. La notte trascorre però tranquilla ancora una volta, dopo un'altra cenettina di totani fritti e patatine (cavallo vincente non si cambia), e questa volta anche di una torta alla crema solida. E dopo, l'immancabile solitaria contemplazione della luna sul mare che mi frutta un mini-raffreddore che mi trascino tutto il lunedì. All'arrivo ad Ancona, saluti e baci, ed ognuno per i fatti suoi, mentre una voce in sottofondo annuncia sarcasticamente che gli organizzatori stanno già organizzando un altro viaggio, questa volta a Tirana, in Albania. Ma non ci crede ovviamente nessuno.



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